A Cuore aperto con voi Giovani. L’altro volto dei giorni del Covid-19

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Carissimi e amatissimi giovani,

desidero aprirvi ancora una volta il cuore proprio in questo momento che ci vede impreparati, come quando lo eravamo per l’interrogazione in classe, e che semina ovunque insicurezza, panico e sofferenza. Siamo stati colti di sorpresa. All’improvviso sono riapparse le paure antiche e sempre nuove di essere gettati nel mondo senza protezione, di essere fragili, esposti al rischio di morte, di essere soli.

Un caposaldo della mia crescita umana e spirituale è stata la figura di S. Bruno, il Certosino. Tra i personaggi più insigni del suo tempo (XI sec.): «Uomo prudente, superava ogni ingegno della mente. […] Nel suo agire egli compiva con i fatti ciò che la sua bocca insegnava» (PL, CLII, coll. 559-660). Bruno, dopo aver lottato, non senza successo, contro questi disordini e dopo aver ubbidito a papa Urbano II che lo aveva chiamato al servizio della Sede Apostolica, sentì il desiderio e si indirizzò ad una vita dedicata totalmente a Dio ritirandosi nelle Serre calabre, denominate le Alpi del Sud.

Nelle Costituzioni dell’Ordine dei Certosini si legge: «Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente».

Da queste parole vorrei far sgorgare questo mio contatto con voi.

Separati da tutti. Separati: una parola che ci tocca in questi giorni così imprevisti che sollevano macigni di domande, impongono limitazioni e seminano sgretolamento interiore e divisione esteriore.

Anche noi cristiani, discepoli di Gesù, in queste settimane, siamo stati costretti a limitarci e a separarci, a non incontrarci. Sono saltati i nostri raduni, – in particolare i vostri, carissimi giovani – nelle parrocchie, nei gruppi, nelle associazioni; come anche agli appuntamenti con me, vostro Vescovo, nei Vicariati e in Cattedrale per la lectio divina.

Ma soprattutto ci siamo separati dalle nostre assemblee eucaristiche dove ci riscopriamo uomini e donne del ringraziamento e della lode a Dio e dove condividiamo il pane fragrante e con-vocante donatoci da Gesù: il suo corpo spezzato e donato come cibo di vita e come energia e senso delle nostre relazioni.

Oggi, a causa del Covid-19, ci viene impedito di riunirci per fare memoria del suo amore e del mandato a noi discepoli: «“Fate questo in memoria di me”. Donate. Condividete. Siate per altri. Incontratevi. Create ponti, non innalzate barriere. Come e in unione al mio corpo, i vostri corpi siano prossimità, siate prossimi».

L’Eucaristia, che di domenica in domenica celebriamo con gioia nelle nostre fraternità cristiane, è uno spazio di relazione – umana e spirituale – con Dio e con i fratelli. Per questo, al cuore della preghiera eucaristica invochiamo lo Spirito, perché «ci riunisca in un solo corpo», e – dopo aver ringraziato Dio Padre per il dono di Gesù che spezza il suo corpo per noi – ci doniamo e accogliamo il segno della pace, tendendo la mano a chi ci sta vicino e soprattutto verso il fratello che potrebbe avere qualcosa contro di me.

Siamo uniti a tutti. Così l’Eucaristia è il luogo in cui siamo uniti a tutti. Il luogo dove ci tendiamo la mano dell’amicizia fraterna con tutti e ci scambiamo il segno della pace di Cristo. Spesso tendiamo la mano come spettatori di «un rituale senza carne». Darsi la mano unisce. Stringendo una sola mano la stringo a tutti, mi unisco a tutti.

Diamoci con il cuore la mano del cuore, con consapevolezza e non per abitudine o per ipocrisia, perché ‒ come ha scritto in questi giorni padre Giovanni Salonia sul quotidiano Avvenire ‒ «le anime si incontrano nell’incontro di due mani». Ritorni il volto, lo sguardo, perché si aprano varchi nel nostro cuore. Tocchiamo l’altro e facciamoci toccare dal suo sguardo. Se questo tempo tragico ci consentirà di moltiplicare gli attimi in cui ci guardiamo l’un l’altro, avremo trasformato il

limite in ricchezza. Ritroviamo nel volto dell’altro l’opportunità e la gioia dell’incontro. Ogni volto, vicino o lontano, ci grida che siamo fatti per essere uniti a tutti. In questi giorni in cui restiamo a casa siamo invitati a riscoprire quel calore e quell’energia che rappresentano la trama di ogni vivere insieme, in famiglia. Siamo chiamati a cogliere atteggiamenti, a percepire sfumature relazionali che la fretta e l’abitudine avevano offuscato. Diventiamo curiosi del volto del fratello! Saremo curiosi così del volto di Dio. Ascoltiamo con più apertura la domanda di Jawhé: «Dove sei? Tu, proprio tu? E dov’è tuo fratello? Sì, proprio quello che hai messo da parte, che hai trascurato?». Non si tratta di fare qualcosa di difficile o di nuovo. Si tratta di fare qualcosa che abbiamo nel cuore: la voglia di stare bene assieme. Che questa tragica situazione ci dia di riscoprirlo.

Per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente. In questi giorni, mentre ci viene imposto di dimorare a casa, sentiamo una grande nostalgia di ciò che è fuori, si innesca un desiderio irrefrenabile di uscire, di “estasi” (estasi dal greco ex-stasis: fuori-stare), di essere fuori di noi stessi oltre le mura che ci soffocano.

Questo dimorare forzato “in noi” ‒ non solo tra le pareti della nostra camera ‒ ci può far riscoprire il valore della vera “estasi”, dello stare fuori da noi dopo aver prima dimorato dentro di noi, nella luminosa oscurità abitata da Dio. L’estasi, quello che nella tradizione cristiana si chiama la contemplazione e che noi impropriamente riteniamo riguardi solo i contemplativi come S. Bruno, le persone che fuggono dal mondo per vivere la vita eremitica o monastica.

Siamo chiamati, secondo la grande lezione dei monaci, all’habitare secum, ad abitare con noi e in noi. Come ci ricorda Agostino, nell’intimo più intimo del nostro cuore incontriamo il Signore. Solo così potremo incontrarlo nella realtà della vita e nella novità del fratello.

A volte guardo con interesse il vostro essere spasmodicamente protesi – per l’intera settimana – verso il ‘ritrovo rituale’ del week-end, nei bar e nei pub dei centri storici delle nostre città o nelle discoteche. Penso al vostro desiderio di un tempo e di uno spazio relazionale diverso da quello ordinario. Ma per ‘ri-trovare’ chi? A che servirebbe un ritrovo privo di incontro, se in fondo rimaniamo in fuga da noi stessi, alla ricerca della vertigine dello sballo della movida, avendo perso il gusto – impauriti dalla ‘stasi’ e dal silenzio – di dimorare in noi e, alla fine, di vivere con gli altri?

Chi dimora non evade ma vive in pieno e nel tempo la relazione; incontra (dal latino in-cŏntra: in-contro), si apre a chi gli viene ‘contro’; abita e vive lo spazio autenticamente familiare e amicale. Vive la bellezza della ‘compagnia’ (dal latino cum-panis: con-pane). Condivide lo stesso pane. Non ci si incontra come ‘conoscenti’ alla ricerca di una vertigine alienante per ammazzare la noia e il non senso della vita. Chi mi sta accanto mi è donato, è un commensale, un compagno invitato al banchetto della convivialità, dell’amicizia e della fraternità.

È questo l’essere e lo stile di Gesù che, dopo aver condiviso lungo il cammino la luce e il calore della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, discese con i due giovani viandanti scoraggiati nella taverna di Emmaus per rimanere con loro da commensale, rifacendo il gesto del pane spezzato e condiviso ‒ il pane essenziale dell’amore ‒ e offrendo il calice della consolazione e della gioia.

Gesù fa ripartire il cuore, ce lo mantiene umano come il suo, anzi lo rende divino, come il cuore di Dio nostro Padre.

Vi lascio con queste parole di don Primo Mazzolari: «La mia ricerca mi fa venire vicino il Signore. Cercare è il mio trovare di ogni momento, il venirmi vicino di Colui che non si può perdere completamente, che non si lascia completamente strappare dalla sua creatura, come non si lascia strappare dalla Croce» (Tempo di credere, 97).

Questo tempo di limitazione e di separazione ci rialzi e ci metta in cammino, ci ridia il gusto della ricerca, ci renda fori e uniti. Il divino Viandante faccia ripartire il nostro cuore e ci riconsegni al banchetto della fraternità feriale e universale.

Vi custodisco nel cuore. A presto!

Vostro

┼ don Corrado Arcivescovo

Palermo, 13 marzo 2020