Assemblea pastorale: Discorso di apertura dell’Arcivescovo

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Assemblea pastorale della chiesa di Palermo

“Il messaggio di Papa Giovanni XXIII oggi”

Discorso di apertura – mons. Corrado Lorefice

Cattedrale di Palermo – 25 gennaio 2020

 

Carissime Sorelle, Carissimi Fratelli, Amiche, Amici,

Il mio abbraccio e il mio saluto raggiungano stamattina tutti voi. Raggiungano l’amata Chiesa palermitana, – convocata in Assemblea nella sua Cattedrale – mentre si appresta ad intraprendere il triennio pastorale 2020-2022: Chiesa convocata per una conversione missionaria delle nostre comunità. Ogni membro del popolo santo di Dio si senta un raggiunto da questo abbraccio, da questo saluto: voi tutti Fedeli laici, Presbiteri, Diaconi, Consacrate e Consacrati, Famiglie religiose, Membri delle diverse Aggregazioni laicali, tutti a me così cari, presenti e assenti!

[Il mio abbraccio e il mio saluto] raggiungano voi, miei Venerati Fratelli nel Ministero episcopale, che avete voluto onorarci con la gioia della vostra presenza e della vostra parola qui tra noi, stamattina, e quanti di voi mi hanno fatto pervenire il loro saluto e la loro vicinanza.

[Il mio abbraccio e il mio saluto] raggiungano diffusamente e con grande simpatia tutti voi, care Sorelle e Fratelli delle altre Chiese, delle diverse confessioni cristiane, delle altre confessioni religiose, e voi donne e uomini di buona volontà, che siete qui convenuti, da vicino come da lontano, per celebrare insieme con noi questo evento di speranza.

Vorrei salutarvi assicurando – prendo in prestito le parole di Paolo VI – che «Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano. Ognuno, a cui è diretto il nostro saluto, è un chiamato, un invitato; è, in certo senso, un presente. Lo dica il cuore di chi ama: ogni amato è presente!» (Epilogo del Concilio, Omelia, 8 dicembre 1965).

Mi rivolgo a voi stamattina andando umilmente col pensiero al turbinio di emozioni con cui sessantuno anni fa Giovanni XXIII annunciò inaspettatamente ai cardinali, convenuti nella Sala capitolare monastica della Basilica di San Paolo fuori le Mura, l’intenzione di indire un Sinodo della Chiesa di Roma e di convocare un Concilio Ecumenico: «Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l’Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale». Inoltre, nel proposito di Papa Roncalli, le due convocazioni dovevano portare «felicemente all’auspicato e atteso aggiornamento del Codice di Diritto Canonico».

Con una breve e meditata allocuzione (Mons. Loris Capovilla riferì che il Papa in privato lo aveva definito «un discorsetto»), Giovanni XXIII dava inizio ad una nuova stagione nella storia e nella vita della Chiesa Cattolica e del mondo intero.

Quel discorso è ancora attuale per noi, oggi, ha ancora molto da dirci.

In primo luogo, perché è permeato di uno spirito sinodale profondo. Giovanni XXIII, che conosceva bene la storia e la prassi della Chiesa antica, si presentava quel 25 gennaio 1959 davanti ai cardinali [pochi invero, «dodici» annoterà nel diario], ma direi dinanzi al mondo, dismettendo implicitamente i panni del monarca assoluto, ricordando a tutti la natura sinodale della Chiesa. Il Papa, in quella domenica, diceva con arguta semplicità ciò che i cristiani dei primi secoli sapevano bene: i grandi problemi si risolvono assieme, solo il dialogo aiuta, fa capire e aprire le strade da percorrere insieme, porta avanti, fa «cogliere quello che ci unisce» (Discorso della Luna, 11 ottobre 1962).

La Chiesa non è una fucina di protagonismi individuali, di narcisismi sterili, né un’arena di competizione e antagonismo, di schieramenti opposti, ma è il luogo della compagnia, della ricerca comune e del dialogo sincero. Ciò non in virtù di un sistema democratico, ma perché la Chiesa è un corpo, il Corpo stesso del suo Signore, Messia e Maestro, unto e fecondato dallo Spirito, multiforme e diversificato, intimamente plurale, come ci ricorda in 1Cor 11 Paolo di Tarso, del quale oggi, alla stessa maniera di sessantuno anni fa e con la medesima ispirazione, ricordiamo la conversione.

Non era d’altronde una data scelta a caso. Chiudendo l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, Papa Giovanni, quel 25 gennaio 1959, invitava alla tavola della Parola condivisa i «fratelli delle Chiese separate» (così si legge nel manoscritto; poi modificato dalla versione ufficiale in «fedeli delle Comunità separate») a incamminarsi anch’essi «amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra». Il Papa guardava insomma a tutti i cristiani e, sullo sfondo, a tutte le donne e gli uomini di buona volontà. La Chiesa non è una cittadella da difendere ma una «fontana del villaggio» (Discorsi, messaggi, colloqui, III, 9) aperta a tutti, disponibile per tutti, senza protezioni o difese, ‘sottomessa’ allo Spirito e ‘sconvolta’ dal Vento divino che soffia dove vuole (cfr. Gv 3, 8).

In secondo luogo, quel discorso ci riguarda ancora oggi in quanto Papa Giovanni dichiarava di pensare ad un Sinodo romano e ad un Concilio ecumenico a partire dal suo sguardo sulle periferie della città di Roma («la periferia avviluppata ormai in un agglomerato di case, di famiglie, qui convenute da ogni parte del continente Italico, dalle isole circostanti, e si può dire da tutta la terra») e dalle urgenze del tempo contemporaneo («le spirituali esigenze dell’ora presente»). Come a dire che la Chiesa riflette, discute, ‘si aggiorna’, perché si accorge e ascolta la condizione delle donne e degli uomini di ogni periferia del pianeta, ascolta tutte le esistenze umiliate, annichilite, distrutte, insensate, ascolta la voce degli oppressi e dei diseredati della terra: la Chiesa – dirà Papa Roncalli nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962 – che «si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri».

Ma al contempo, la Chiesa è chiamata a dialogare e a cambiare, ad ‘aggiornarsi’, in quanto coglie e capisce i segni dei tempi: le promesse e le opportunità, i rischi e le difficoltà. Noi cristiani non stiamo ‘davanti’ al mondo come giudici distaccati, ma siamo ‘nel’ mondo come compagni di via, che cercano di tendere l’orecchio ai poveri e di capire la speranza e il disagio di tutti, stando accanto a tutti. Per questo la Chiesa è operatrice di pace: perché la Chiesa non ha nemici, da autentica discepola del suo Signore che ha abbattuto nella sua carne il muro di separazione tra i popoli, il muro dell’inimicizia e della guerra (cfr. Ef 2, 14-16).

È importante sottolineare che il Papa quel giorno non stava esprimendo una vana esigenza di ‘modernità’, una voglia effimera di stare al passo con le mode. Giovanni XXIII chiamava la Chiesa a quel movimento epocale perché sapeva che il Vangelo non è una dottrina umana, una serie di verità immobili e precostituite, ma un annuncio di grazia che ogni volta lungo la storia va detto di nuovo, nelle forme adatte, affinché ne sia preservata, ‘la sostanza viva’ (come dirà nella Gaudet Mater Ecclesia 6.5: «Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate»), e cioè: l’Evangelo dei poveri, annunciato da una Chiesa povera, di potere e di cultura, proprio perché sinodale, proprio perché collocata nella storia accanto a tutti, dispensatrice «della medicina della misericordia» (Gaudet Mater Ecclesia, 7.2). Il Concilio ‘adveniente’ lo dirà mirabilmente nel testo della Costituzione dogmatica Lumen gentium: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via» (LG 8, 3), sulla spinta di un illuminato discorso del cardinale Lercaro, steso da Giuseppe Dossetti e pronunciato in Concilio durante la prima sessione dei lavori, il 6 dicembre del 1962.

La sinodalità, l’ecumenismo, i segni dei tempi, l’aggiornamento, la sostanza viva del Vangelo, la misericordia, la Chiesa povera e dei poveri, la pace nel mondo: sono questi i temi già presenti in nucenell’allocuzione di quel 25 gennaio e che diventeranno l’architrave del magistero di Giovanni XXIII e soprattutto costituiranno il nucleo più rilevante dei testi conciliari. Oggi, questi temi sono al centro del pontificato di Papa Francesco, che ha voluto fare del confronto sinodale, dell’attenzione alle periferie, dell’aggiornamento della Chiesa, della misericordia, della povertà e della pace i fondamenti di un modo di annunciare l’Evangelo che prosegue lo spirito di Papa Roncalli e l’ispirazione intima del Vaticano II.

Mentre dunque discutiamo di quel che fu allora, dell’opera di Giovanni XXIII, vogliamo coglierne l’attualità e la rinnovata ricezione nel pontificato di Francesco. Subito dopo l’annuncio ai cardinali, lo stesso Papa Giovanni annotò nel suo diario che nessuno si era avvicinato per dirgli qualcosa, per esprimergli un parere: «Vi fu un impressionante devoto silenzio», annota nel diario. A fronte dell’approvazione degli intimi – dell’assenso espresso cinque giorni prima dal Segretario di Stato, il cardinale Domenico Tardini, ad esempio – il Papa, che con umiltà e convinzione prospettava ai cardinali il Concilio, si rese subito conto delle enormi difficoltà dell’impresa, della resistenza diffusa a questo «fiore spontaneo di una primavera insperata», – è l’immagine che usa lui – sbocciato nel suo cuore all’improvviso, come un’intuizione felice dello Spirito (sebbene in verità frutto di una progressiva elaborazione nel corso dei suoi anni di studi, di ministero e di contatti, soprattutto a Istanbul).

Anche oggi la ‘novità’ conciliare di Francesco, che chiamerei la ‘tradizione’ evangelica e conciliare di Papa Bergoglio, è al centro di un evidente conflitto ed incontra una resistenza che non ci possiamo nascondere. È essenziale per i prossimi decenni della Chiesa la ricezione (o meno) del magistero conciliare, direi del magistero ‘giovanneo’ di Papa Francesco. Per questo la nostra Assemblea di oggi e di domani si ispira a Giovanni XXIII, inspira lo spirito dell’evento conciliare, – definito nel Giubileo del 2000 da Giovanni Paolo II «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX […], bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre» (Novo millennio ineunte, 57) – ed è dedicata a Papa Francesco.

L’idea di dar vita a questo evento, di realizzare questa Assemblea della Chiesa di Palermo, gioiosamente aperta alle altre Chiese, è nata da una intuizione e come da un sogno. Un sogno che mette accanto due Vescovi di Roma capaci di segnare nel profondo la nostra vita, la vita della Chiesa cattolica e delle Chiese cristiane. Pur così diversi, Giovanni e Francesco hanno infatti qualcosa di profondo in comune: la loro umanità schietta e coinvolgente, la loro apertura accogliente ad ogni incontro. Hanno in comune una lingua non artefatta, che sa raggiungere l’altro e sa abbracciarlo, la lingua del cuore.

Di questa lingua Giovanni XXIII diede un saggio mirabile e insuperato la sera dell’11 ottobre 1962, quando a chiusura della giornata inaugurale del Vaticano II fece a braccio il suo celebre discorso della luna e mandò la carezza del Papa ai bambini di Roma: «Tornando a casa, troverete i bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite: “questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare, fate qualche [carezza e] dite una parola buona: il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e della amarezza. E poi tutti insieme ci animiamo, cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino». Nel 1968  Joseph Ratzinger, il futuro  Benedetto XVI, in un intervento su Papa Roncalli così scriveva: «Chi riesce a parlare in modo tanto diretto, tanto personale e tanto libero, non è un parroco di campagna portato improvvisamente in alto da un caso della storia, che non sa ciò che fa, ma fa parte dei pochi che sono veramente grandi, i quali, superando tutti gli schemi, sperimentano di persona in modo creativamente nuovo ciò che è all’origine, la verità stessa, e riescono a porlo nuovamente in rilievo» (Rivista «Theologische Quartalschrift», 1968, cit. in Così Papa Roncalli superò gli schemi – Corriere.it 25.4. 2014).

Jorge Bergoglio ha in questi anni più volte ripreso idealmente quel modello (parlando proprio di quella scienza della tenerezza che ci è donata dal Risorto), sin da quella sera del 2013 in cui, affacciandosi dalla Loggia di San Pietro, ha salutato con un semplice e rivoluzionario «Buonasera!» il popolo di Roma in festa. C’è una poesia che accomuna questi gesti di Giovanni e di Francesco, la poesia che nasce dal saper parlare da Papi, da Vescovi, la lingua di tutti, lasciandola attraversare dal Vangelo testimoniato col corpo e con la vita, e non sovrapposto o contrapposto alle parole quotidiane degli uomini. Sono le parole che riscaldano l’esistenza ed esprimono l’amore: le parole che ci legano tra di noi e ci legano al Padre. Avendo riferito a Papa Francesco la mia intenzione di realizzare questo evento, rispondendomi, mi ha scritto parole semplici: «Mi sembra buona l’idea di una Assemblea Arcidiocesana. Prometto di pregare per questa intenzione. E Lei, per favore, non lasci di pregare per me. Che il Signore La benedica e la Madonna La custodisca. Fraternamente. Francesco».

Come vi scrivevo nella Lettera di convocazione di questa Assemblea pastorale: «Se vogliamo portare avanti efficacemente quel cambiamento di mentalità essenziale per la conversione pastorale delle nostre comunità, chiamate oggi a radicarsi nel territorio e ad inculturare il Vangelo in un’epoca di eccezionale novità come la nostra, occorre che assaporiamo la fragranza delle intuizioni del Vaticano II, – il Concilio nato dal cuore di Giovanni XXIII – recepite con arguzia accrescitiva da Papa Francesco».

E allora, mentre ringrazio tutti voi qui presenti, voglio raggiungere e abbracciare teneramente, in maniera speciale, tutte le sorelle e i fratelli che nella nostra terra di Palermo soffrono: bambini, ammalati, carcerati, disoccupati, donne e uomini dilaniati da sofferenze personali e relazionali, famiglie in difficoltà, profughi, migranti.

La nostra Assemblea non è perimetrata da questa Cattedrale. Il suo perimetro ultimo è ogni donna e uomo di buona volontà e ancor più precisamente ogni donna, ogni uomo, ogni bambino che soffre. Il senso ultimo del nostro stare assieme è ricordarci di loro, parlare a loro, cercare di raggiungere la loro notte, e di ‘attendere’ (nel duplice significato di attesa e operosità) l’alba del giorno nuovo. Il Figlio dell’uomo, infatti, è venuto per raggiungere le periferie collocate ai margini della città, ma anche quelle che si trovano dentro ogni esistenza. Per trasfigurare la notte del dolore nella luce della sua Pasqua.

Iniziamo questa Assemblea nel nome del Padre, che continuamente ci crea e ci mantiene in vita con il Suo Amore, poiché nulla esisterebbe se Dio non lo amasse (cfr. Sap 1, 23-26); nel nome del Figlio, presente in mezzo a noi, suo Corpo mistico (Corpus verum dicevano i medievali), nell’Eucaristia che ci edifica come Chiesa, nella Parola che ci illumina, e nei poveri, memoria vivente di Lui; nel nomedello Spirito Santo donatoci dal Risorto per trasformare i nostri legami fragili e incostanti e immetterli nella Signoria trinitaria, la Signoria dell’Amore.

Quale provvidenziale coincidenza essere radunati in Assemblea diocesana mentre la Chiesa cattolica promuove e celebra in tutto il mondo, per la prima volta, la Domenica della Parola di Dio, voluta da Papa Francesco perché «la comunità cristiana si concentri sul grande valore che la Parola di Dio occupa nella sua esistenza quotidiana» (Aperuit illis 2)! Chiesa dalla Parola e per la Parola!

Ci accompagni l’Odigitria: lei è la Madre che inventa sempre vie nuove perché si rinnovi nei nostri cuori, nella nostra Chiesa e nella nostra terra, l’attrazione radicale per il Cristo; lei è la Madre che ci rende capaci di esprimere e consegnare a Dio il nostro fiat. San Giuseppe ci custodisca come custodì – a suo tempo – il corpo del Figlio e della Madre. S. Mamiliano, S. Santa Rosalia e il Beato Pino Puglisi ci siano compagni affettuosi e, soprattutto, testimoni per noi e per tutti che il Vangelo è la strada più sicura per raggiungere la beatitudine, e cioè la felicità, la pienezza donata a chi vive in relazione con Dio e con gli ultimi della storia, suoi prediletti.