“CAMMINIAMO INSIEME”

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Lettera dell'Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice per l'avvio del cammino sinodale della Chiesa palermitana

Anche la Chiesa di Palermo è pronta a uscire e procedere lungo il cammino sinodale incoraggiata dalle parole di Papa Francesco: «Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze (il Quinto Convegno Ecclesiale Nazionale del novembre 2015, ndr) e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare». Un cammino, quello sinodale, da vivere guardando anche alla Evangelii Gaudium, la prima Esortazione apostolica di Papa Francesco (2013) ai vescovi, presbiteri, religiosi e fedeli.

Ecco allora la Lettera dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice per l’avvio del cammino sinodale della Chiesa palermitana, una lettera che nei prossimi giorni verrà stampata e che potrà tangibilmente raggiungere anche tutte le parrocchie, i religiosi e le religiose, gli organi collegiali, tutti i responsabili pastorali e le diverse espressioni del laicato:

Camminiamo insieme

Lettera per l’avvio del cammino sinodale della Chiesa palermitana

Corrado vescovo, alla Chiesa di Dio che è in Palermo,

a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo (cfr 1Cor 1,1-3).

Carissimi, carissime, l’episodio evangelico di Gesù a casa di Marta e di Maria (Lc 10,38-42) – da cui, come umile araldo del Vangelo, prendo le mosse per questa mia lettera –, annota che Gesù e i suoi discepoli «erano in cammino». Facevano strada insieme a Gesù per far giungere l’Evangelo del Regno ovunque. La corsa del Vangelo (cfr 1Ts 3,1; At 12,24) ‘avviene’ nella strada condivisa con gli uomini e le donne amati da Dio.

Ma il testo lucano ci suggerisce anche che il cammino era ritmato da soste, da uno stare «in disparte» (Lc 10,23), dall’ascolto reciproco e dalla condivisione del cuore. Tra le soste preferite, la casa amica di Betania. Un cammino lungo le strade dei villaggi e delle città rinvigorito dalla sosta, dalla convivialità fraterna alimentata dalla parola di Gesù e dalla condivisione del pane spezzato.

Mi sembra una sintesi formidabile e attrattiva della comunità cristiana di ogni tempo. Per la nostra Chiesa palermitana, per le nostre comunità.

Chiesa in cammino, «in uscita» direbbe Papa Francesco, inviata ovunque, tra ogni popolo, nelle città e nelle case: «Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1). Fatta di uomini e di donne che seguono Cristo-via-verità-vita (cfr Gv 14,6), gioiosamente dispersi per le vie delle città umane, tra le case, non preoccupati di se stessi, gioiosi di condividere il cammino – “a due a due” – e di preparare la strada alla Via, solo a Lui.

Chiesa discepola, accovacciata ai piedi di Gesù, focalizzata sulle sue labbra, capace di ascolto attento e prolungato, impregnata nel cuore dal crisma della sua Parola. Chiesa che ospita il suo Signore nell’unica vera dimora che lo può accogliere, in interiore homine, lì dove la Presenza arde e splende in un abisso di luce senza consumarsi.

Chiesa casa della fraternità e dell’amicizia, tavola della convivialità familiare e mensa della lode e del ringraziamento a Dio. Riverbero della parola che esce dalla bocca del Maestro, fragranza del pane di vita accolto e condiviso dalle mani stesse del Cristo che continua a farsi commensale e cibo.

Chiesa che prende parte con fiducioso slancio alla corsa del Vangelo tra gli uomini e le donne di questo nostro complesso ma promettente tempo, irrorata e guidata dall’energia dello Spirito.

Chiesa amica degli uomini e delle donne del nostro tempo, umile, non arroccata o in difesa, capace di intercettare le pagine di Vangelo che sono disseminate a piene mani nella giornata umana e a condividerle con tutti, specialmente con quanti sono animati da retta e buona volontà, per un rinnovato impegno nell’edificazione della polis, sostenuti dalla speranza del compimento del Regno, dei cieli e della terra nuovi, deflagrati nella Pasqua di Gesù Cristo.

Chiesa della diaconia della carità che ha ascoltato, ai piedi di Gesù, la narrazione dell’amore sconfinato di Dio; che è stata introdotta a ‘con-prendere’ i due segni da lui posti in quella sua ultima indimenticabile cena e riattualizzati ogni Domenica e il Giovedì santo nella Messa in coena Domini: il pane spezzato e condiviso e la lavanda dei piedi.

Chiesa radunata attorno all’altare delle nostre comunità, continuamente rigenerata alla mensa eucaristica, raggiunta e resa partecipe di quell’amore concentrato e anticipato nel gesto del Signore Gesù che lava i piedi ai discepoli e spezza il pane per loro. Nel banchetto pasquale, infatti, il cuore squarciato di Gesù, ricolmo dell’amore del Padre, riversa sui discepoli di ogni tempo il suo amore dal Padre. In esso partecipa tutto l’amore racchiuso nella croce del Golgota, misura eccessiva e traboccante di Colui che arriva a farsi liberamente e consapevolmente schiavo, corpo spezzato e sangue versato, amore crocifisso, dono totale.

‘Questo’ amore trabocca nelle assemblee eucaristiche, sui discepoli che stanno ai piedi di Gesù e siedono a mensa con lui. Perché è Cristo che ascoltiamo quando vengono proclamate le Scritture ed è il suo Corpo che mangiamo alla mensa da lui stesso imbandita nella ‘Pasqua della settimana’, di Domenica in Domenica. «L’Eucarestia è il crogiolo in cui si fonde tutto il Vangelo» (Giuseppe Dossetti, Per la vita della città). Nell’Eucaristia veniamo inondati dallo stesso amore che trabocca in Dio e da Dio, coinvolti nella relazione Uni-trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito-Amore.

Le nostre comunità vivono solo se consapevoli di essere generate, fondate e radunate dalla memoria della Cena del Signore, dal Sacramento dell’inesauribile eccessivo amore di Dio in Cristo. Dall’Eucaristia, infatti, ricevono il loro volto fraterno e la loro identità di assemblea sinodale, dialogica e ministeriale; dalla mensa eucaristica – dove tutti, seppur differenti, come commensali gratuitamente invitati – mangiano il corpo del Signore che assimila a sé la sua Chiesa (Ecclesìa, assemblea di chiamati) e la riunisce in unità. ‘Congiunti’ da quel pane che diventa giuntura e cemento di vera fraternità, di rapporti umani belli, liberi, schietti, gratuiti, leali, incrollabili nella prova.

«Fate questo in memoria di me» (Lc 22,20; 1Cor 11,25): non è il comando di un mero atto rituale, ma un invito ad accogliere questo concreto e inedito amore che vuole vivere in noi e attraverso noi. Solo se trasfigurati e uniti all’unico e intero corpo di Cristo possiamo annunciare con la vita e le parole l’immenso amore di Dio per ogni uomo e ogni donna.

Vissute con questa consapevolezza, le nostre mense eucaristiche saranno fulcro di fraternità, edificate dall’amore di Dio riversato nei nostri cuori dallo Spirito effuso dal Crocifisso Risorto. E le nostre Eucaristie ci invieranno come testimoni gioiosi e credibili di questo amore. Per questo non le abbandoniamo mai prima dell’invito rivolto dal diacono: ite missa est. Se termina il rito liturgico, l’Eucaristia non finisce, vuole stare tra le case, nel quotidiano umano. È mandata. Ci invia.

Non abbiamo altra via per condividere la fede in Gesù Cristo in questo nostro tempo sempre più distante dalle nostre realtà e dinamiche ecclesiali, ma misteriosamente desideroso di fides, di fiducia. Di fede! Di testimonianza di fede. Di una fede credibile e affidabile, che dà senso alla vita, che contribuisce a nutrire l’uomo interiore e a dare volto ad una nuova convivenza umana edificata nella giustizia, nella pace e nell’amore. Una fede che esprime la bellezza attrattiva della vita cristiana e la sua significatività e proponibilità anche in questo cambiamento d’epoca.

Il nostro è un tempo opportuno per far apparire la vera natura della Chiesa, serva dello splendore dell’E-vangelo, ministra della sua energia che trasfigura la vita e le relazioni di quanti lo accolgono. Non possiamo rimanere arenati in una sterile nostalgia del passato o farci risucchiare dalle sabbie mobili della paura dell’inedito. Prigionieri del passato e delle abitudini di sempre, rischiamo di dimenticare che anche questo tempo è stato riscattato dalla Pasqua di Cristo e che in esso, nel suo travaglio, nelle sue contraddizioni, ma anche nelle sue meravigliose inedite energie, bisogna discernere i segni della Risurrezione, i segni del nuovo: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Ci attende la gioia di nuovi inizi e di nuove riprese, dopo la crisi e la sospensione. Con coraggio, la virtù di chi, sostenuto dalla fede alimentata dalla preghiera, opera rischiando il nuovo.

Volgersi al futuro camminando insieme, è l’unica via affidabile e feconda per essere fedeli alle origini.

Il percorso sinodale che ci chiede la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione) e che ci apprestiamo a condividere con le Chiese italiane (Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita. Per avviare un cammino sinodale), è una preziosa opportunità per ritrovare in questo nostro tempo le vie essenziali della testimonianza della fede che il Risorto affida alle Chiese attraverso la Parola, «spada affilata a doppio taglio» (Ap 1,16), che esce dalla sua bocca. L’esigenza fondamentale a cui siamo chiamati a ‘con-rispondere’ (corrispondere e rispondere insieme) – soprattutto se stiamo tra la gente, nel vissuto quotidiano delle città e dei quartieri dove sono collocate le nostre comunità -, è quella di un ritorno semplice alla fede nella potenza del Vangelo, gioiosamente accolto, intensamente contemplato e radicalmente vissuto.

Chiesa sinodale, in sinodo, è la Chiesa che viene continuamente rigenerata alla fede e alla testimonianza dalla Parola e dall’Eucaristia. La Chiesa che ‘con-risponde’ (e corrisponde!) al suo Dna di assemblea costantemente convocata, riunita e inviata dal suo Signore, il Crocifisso risorto, il Veniente, non una holding specializzata a fornire prodotti religiosi e cultuali ai clienti del sacro. Chiesa che sta nel mondo con lo sguardo e la logica ‘altra’ di Dio, con l’orecchio teso in ascolto di questo tempo, con l’impegno di una vita conforme al Vangelo. Comunità fraterna, contesto umano di ascolto e di cura che ha la gioia di incontrare gli uomini e le donne di buona volontà per discernere e accogliere la sapienza e la ricchezza umana che apre nuove vie di comprensione del Vangelo sempre antico e sempre nuovo. Percorsi inediti per custodire insieme la casa comune e consegnarla bella e accogliente alle future generazioni.

Chiesa libera di farsi ribadire dal suo Signore e Maestro che ha perso di vista la parte migliore – la gioia di stare fraternamente insieme ai suoi piedi, a contemplarlo ascoltando la sua Parola – preoccupata e agitata, seppur generosamente, per le tante attività pastorali e le esigenze di culto che spesso la spossano e perfino la dividono: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore» (Lc 10,41-42).

Chiesa capace di fermarsi per ritrovare un respiro contemplativo, per vagliare se il suo stile di vita è conforme a quello del suo Signore. Chiesa capace di sinassi, di “con-venire” in atteggiamento penitenziale alla presenza del Signore che la rigenera e la chiama ad una continua conversione.  I nostri stili relazionali e i nostri progetti pastorali, i nostri codici morali, le nostre dottrine, le nostre assemblee liturgiche rischiano di perdere di vista, di velare e di non mostrare un’adeguata fiducia nell’energia della buona novella di Gesù di Nazaret, fondamento stesso del nostro essere comunità ecclesiale. Gesù è venuto a portare l’annuncio dell’accoglienza ‘pre-veniente’ dell’altro prima di ogni identificazione, dell’apertura all’umano, della predilezione per i piccoli e i poveri. Gesù è venuto ad annunciare e rendere presente il Regno di Dio, che non è un dominio spazio-temporale, ma l’evento ben più grande di noi, della Chiesa stessa, che si attua nella sua vita di compassione e nella sua morte, risurrezione e glorificazione. La gioia di questa prossimità di Dio in Cristo alla vita di tutti è il segreto e la via di un rinnovamento profondo delle nostre azioni e dei nostri linguaggi. Quel rinnovamento che ogni giorno Papa Francesco ci indica con i suoi gesti e i suoi discorsi, con le sue omelie quotidiane che vengono ascoltate e capite da cristiani, non cristiani, da donne e uomini religiosi e non, anche perché toccano il cuore, giungono al centro dell’essere, fanno percepire le singole esistenze, interpretate e accolte, così come accadeva con Gesù, o con Francesco d’Assisi – per il quale il Vangelo era l’unica “regola” –, o con il nostro don Pino Puglisi.

La Chiesa in sinodo è chiamata a ‘con-rispondere’, a rispondere insieme. La ‘conversione al Vangelo’ e la ‘conversione pastorale’, che ci chiedono scelte concrete e audaci, non sono frutto di iniziative personali o di atti isolati. La Chiesa è per sua essenza sinodo (syn-odos), comunione. Si tratta di una ‘strada da percorre insieme’. Per questo è urgente attingere ancora allo spirito del Concilio. Oltre ai suoi contenuti, il Vaticano II ci ha ricordato come i processi ecclesiali di rinnovamento siano un fatto sinodale, il cui protagonista è l’intero popolo di Dio, a partire dai più piccoli e dai più umili, in ascolto del Crocifisso risorto e illuminato e guidato dallo Spirito. Come ha raccomandato Papa Francesco all’Assemblea della Cei del maggio scorso, bisogna cominciare «dall’alto in basso. E dal basso in alto. Il popolo di Dio: la più piccola parrocchia, la più piccola istituzione diocesana, che si incontrano, dalle piccole comunità, dalle piccole parrocchie. E questo ci chiederà pazienza, ci chiederà lavoro, ci chiederà di far parlare la gente. Che esca la saggezza del popolo di Dio».

Una Chiesa sinodale, che cammina insieme, è l’appello che ci giunge dalle nostre realtà ecclesiali, dalle strade e dalle case, dalla storia di tutti segnata, oltremodo, dalle conseguenze della pandemia. A maggior ragione se, come Chiesa palermitana, vogliamo scoprire verso dove dobbiamo incamminarci, quale scelte pastorali essenziali dobbiamo individuare, quali percorsi intrapresi vanno portati a compimento, cosa dobbiamo avere il coraggio di cambiare.

Questo discernimento sinodale ci richiede un sussulto di fede, di rinnovato entusiasmo, di concreta e creativa corresponsabilità di confronto schietto e costruttivo. La richiede a tutti. Ad ogni membro del popolo santo di Dio che ama, crede e spera in questo nostro territorio diocesano, popolo arricchito dallo Spirito di molteplici doni e servizi, del carisma ordinato e della vita consacrata, dei tanti ministeri istituiti e di fatto, di associazioni, movimenti, cammini e gruppi. Penso con particolare affetto e gratitudine alle nostre 178 parrocchie e alle tante realtà ecclesiali che animano la nostra Chiesa.

Nel presbiterio, nel diaconio, nelle nostre comunità parrocchiali e religiose, negli organismi di partecipazione, nelle aggregazioni laicali, apriamoci e predisponiamoci alla fecondità della sinodalità, ai riverberi dell’energia dello Spirito che fa convergere i diversi, genera il consenso anche quando si hanno posizioni e sensibilità differenti, suscita vita comune e sinergie pastorali. «Perché – come afferma Massimo il Confessore – l’unione, superando la separazione, non ha nociuto alla diversità». Da questo – solo da questo – ci riconosceranno che siamo discepoli di Cristo (cfr Gv 13,35), la Chiesa di Cristo.

Vi scrivo nel giorno della radiosa Festa della Trasfigurazione del Signore mentre godo del clima della preghiera monastica dove anche quest’anno sono stato custodito “in disparte”, nel silenzio gravido della Presenza. Sono stato colpito da queste parole che ho ascoltato durante la liturgia eucaristica: «Noi siamo destinati alla luce, chiamati alla luce, invitati alla luce, impegnati a riflettere nella nostra carne e nel nostro spirito la luce divina che risplende sul volto di Cristo. E sappiamo bene che solo per fede possiamo farci abitare da questa luce, sappiamo bene che questa luce ha il nome dell’amore (“chi ama il proprio fratello rimane nella luce”: 1Gv 2,10), sappiamo bene che questa luce diviene speranza, fiducia nel futuro». Oggi emerge sempre più l’esigenza di un cristianesimo che coniughi insieme vita contemplativa e attiva, di una fede «contempl-attiva» (Tonino Bello). Un asceta come Isacco il Siro sosteneva che anche il monaco e l’eremita – la nostra S. Rosalia in primis – prendono parte alla costruzione della vita comune della Chiesa e della città umana: «Beato il monaco che considera come suo proprio il compimento della salvezza negli altri e il progresso di tutti. Questi pur separandosi da tutti, diventa unito a tutti. Lasciati perseguitare, ma tu non perseguitare; lasciati offendere, ma tu non offendere; lasciati calunniare, ma tu non calunniare. Gioisci con quelli che sono in letizia, piangi con chi piange… Sii amico di tutti, ma nel tuo spirito, rimani solo!  Ecco, che la misericordia prevalga sempre nella tua bilancia, fino al momento in cui sentirai in te la misericordia stessa che Dio prova verso il mondo. Tutto culmina nell’amore che fa irradiare la vita vera».

La nostra Chiesa palermitana sia sempre più discepolare, eucaristica, orante, sinodale, fraterna, misericordiosa, estroversa. Riflesso dell’Amore Trinitario, casa di dialogo e di accoglienza, di ascolto e di perdono, mensa ospitale e porto sicuro per quanti cercano riposo e liberazione dalle intemperie della vita, tenda d’incontro per i cercatori di verità, spazio creativo di confronto nella carità e di dialogo ecumenico e interreligioso.

Per questo il 24-25 settembre – secondo le indicazioni che verranno date dall’Ufficio Pastorale Diocesano – vivremo con una maggiore consapevolezza di responsabilità sinodale l’annuale Assemblea Pastorale Diocesana. Avremo la gioia di avere tra noi Sua Eminenza il Cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi.

Vi invito sin da ora a partecipare con coinvolgimento di fede e di riflessione per avviare anche nella nostra Arcidiocesi un processo sinodale “dal basso” in obbedienza allo Spirito che convoca e raduna in unità la Chiesa perché possa con gioia obbedire al suo Signore e camminare verso il compimento del Regno con gli uomini e le donne di questo nostro tempo.

Uniti all’eccomi di Maria e partecipi del suo Magnificat, radunati dalla Madre, procediamo insieme, avviamo con serena fiducia il cammino sinodale.

In attesa di riabbracciarvi, vi benedico con paterno e fraterno affetto.

Palermo, 6 agosto 2021             + Corrado Arcivescovo