Celebrata la XXIX Giornata Mondiale del Malato

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Con una liturgia presieduta dall'Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale e seguita in streaming attraverso tutti i canali dell'Arcidicoesi
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In questo tempo di prova segnato dalla Pandemia, grazie all’impegno dell’Ufficio per la Pastorale della Salute e del Servizio persone con disabilità dell’Arcidiocesi (in sinergia con l’Ufficio per le C Sociali e con quello per i Servizi informatici), la celebrazione in occasione della XXIX Giornata Mondiale del malato è stata partecipata anche da tutti coloro che, costretti a casa oppure in strutture di accoglienza, negli ospedali e nelle RSA, hanno potuto godere della diretta streaming. Del resto, l’Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice, aveva esortato tutti quanti ad accogliere il messaggio di Papa Francesco: «Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia. Propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio».

Nella sua omelia l’Arcivescovo ha chiesto di considerare sempre che chi soffre è l’immagine di Dio, conseguentemente bisogna assumere la responsabilità dell’altro come scelta consapevole e prassi quotidiana per poter diventare una “porta bella” attraverso la quale rendere concrete la relazioni. «Oggi siamo saliti anche noi al tempio del Signore per portare tutti i nostri fratelli tutte le nostre sorelle che in questo momento sono segnati dalla malattia, dalla sofferenza, dalla limitazione; li portiamo nel nostro cuore perché per tutti l’altare del Signore possa essere rifugio, forza e consolazione. Chi mi sta di fronte è una persona che “mi appartiene”, che porta come me sul suo volto il segno di un’appartenenza, il segno di una fraternità; l’altro mi appartiene per il solo fatto che incrocio il suo volto e che posso prendere la sua mano, un gesto che significa curarsi dell’altro, caricarsi sulle spalle i bisogni l’altro, a maggior ragione se sofferente. In questo tempo di pandemia dobbiamo contagiarci di amore con un cuore ricolmo di compassione, dobbiamo annunciare la Parola, quella Parola di Dio dinnanzi alla quale gli altri guariscono. Un cuore nutrito dalla Scrittura, dalla Parola di Dio, si tiene libero dai depistamenti degli idoli dell’orgoglio, del potere, della ricchezza che rendono il cuore degli uomini indifferente, distante, atrofizzato; invece dovremmo ogni giorno vivere con cuore aperto, senza paura di impoverirci se andiamo verso l’altro, dovremmo anzi avere la consapevolezza che ci arricchiamo della bellezza dell’altro, anche se soffre, anche se ci chiede aiuto, anche se apparentemente ci fa stancare».