XXXVIII Anniversario dell’uccisione del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa

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XXXVIII Anniversario dell’uccisione del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa 

della moglie Emanuela Setti Carraro 

e dell’agente della polizia di Stato Domenico Russo

Cattedrale di Palermo

3 settembre 2020

Omelia

Simon Pietro e la sua barca accostata sulla spiaggia del lago di Gennèsaret che bagna la città in cui vive. Le reti da rassettare. Strumenti essenziali di una professione tanto antica quanto ardua, come quella dei pescatori, abbracciata in toto, con totale dedizione e passione. Anche quando riserva una giornata grama di pescato, che vede affiorare solo fatica e delusione. Che non porta nulla a casa, là dove gli affetti più cari – la moglie, i figli – attendono amore e pane.

Gesù sta presso il mare di Tiberiade per incontrare la folla che gli riconosceva una parola autorevole, vera e, soprattutto, bella, capace di raggiungere la concretezza della vita, di aprirla ad una possibilità di salvezza, di riscatto, di futuro, di speranza. La gente viene per ascoltare nelle sue parole la Parola di Dio, l’Evangelo di Dio, la Bella-notizia di Dio per tutti gli affaticati e gli oppressi, per tutti i cercatori di giustizia e di pace, per i miti, i misericordiosi e i puri di cuore.

La fatica di Simone e dei suoi soci dopo una notte di infruttuosa pesca, la sete della folla di bene e di giustizia, di una parola che salva veramente, che non illude, che non strumentalizza; il mare che custodisce attese e speranze, che riserva fatica e delusione, tempesta e naufragi; la spiaggia dove si arenano o rivivono i sogni umani, e che ora diventa spazio di incontro, dove risuona un messaggio diverso, atteso, una lieta notizia.

Gesù è sulla spiaggia vede la folla, vede Simone e i suoi compagni, le barche, le reti. Assume l’attesa sfibrante della gente e la stanchezza rigata nei volti delusi dei pescatori di Galilea. Chiede a Simone in prestito la barca come pulpito sinagogale da dove annunziare la Parola di salvezza. Per raggiungere tutti. E quando ha finito l’annunzio, invita il pescatore di Galilea a prendere il largo (Lc 5,4: «Prendi il largo», nella Vulgata, Duc in altum), ad inoltrarsi in mare aperto fino all’assurdo di gettare in pieno giorno le reti per la pesca.

«Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano» (Lc 5,6). È il miracolo, il prodigio di chi custodisce un cuore capace di fiducia. Di chi si coinvolge in un progetto di salvezza, di libertà, di futuro per sé e per altri. Di chi non demorde e continua a declinare parole vere, belle, di bene, di vita, di liberazione. Di chi è disposto a prendere il largo, o più precisamente ‒ se ascoltiamo il testo evangelico originario: eis tò báthos (Lc 5,4) ‒ ad avanzare verso le acque profonde, verso l’abisso, affidati solamente alla forza delle grandi idee, che corrispondono alle più belle parole di Dio che Gesù ci ha rivelato, e di quanti ‒ come e sulle orme di Gesù ‒ continuano a tenerle vive [le grandi idee] nella nostra vita con la loro fulgida testimonianza e con la loro bella condotta di vita.

Lo stesso Prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa sosteneva: «Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli» (Cit. in N. Dalla Chiesa, Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana). Come Simon Pietro, Dalla Chiesa è rimasto fedele ad una chiamata. Lungo tutto l’arco della sua vita e nei diversi ambiti del suo servizio svolto nell’Arma dei Carabinieri “dalle Alpi alle Piramidi”, o come Prefetto di Palermo. Ha messo a disposizione la sua vita, la sua professione, la sua intelligenza, la sua esperienza, non temendo di gettare le reti in pieno giorno per combattere le organizzazioni mafiose e terroristiche, per liberare il nostro Paese dall’illegalità a dalla violenza. E con lui, come i compagni e soci di Simone venuti in suo aiuto (Lc 5,7), la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

«Sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10), dice Gesù a Simone. Il Prefetto Generale fu un vero pescatore di uomini, capace di affrontare con arguzia e professionalità gli abissi del male organizzato e pianificato da esseri brutali attraverso alleanze perverse, e di prendere il largo per salvare donne e uomini destinati alla vita, al bene, alla convivenza solidale e pacifica.

Un uomo delle Istituzioni fedele al suo mandato: liberare gli uomini dalla sofferenza generata da altri uomini disumani, riscattare la città degli uomini dalle voragini infernali dei sistemi criminali paralleli allo Stato: «Se è vero che esiste un potere ‒ affermava Dalla Chiesa ‒, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti» (Cit. in N. Dalla Chiesa, Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana).

Con lui, anche in questo nostro tempo, nella nostra Isola, nel nostro Paese, in questa casa comune che è la madre Terra, siamo tutti chiamati ad essere pescatori di uomini, soprattutto se indifesi, vessati e sfruttati. Lo dobbiamo a questi testimoni di autentica e bella umanità! Anche a costo di essere lasciati soli! Certi che ‒ come ci ha ricordato il Salmo 23(24) ‒ «Chi ha mani innocenti e cuore puro, otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza».